Il mito di Bologna.

Una cosa bizzarra che vi succede, se vivete all’estero e avete una certa età — diciamo se siete GenX — è notare come la scarsità di memoria reale sul periodo tra l’89 e i primi anni ’00 consenta ai venditori di miti di smerciare una città inesistente. Una Bologna che non è mai esistita, ma alla quale tanti boccaloni, in Italia, credono volentieri, perché hanno bisogno di crederci.
Prima di tutto, il bias. Il mio, intendo.
Sono arrivato a Bologna nell’estate del 1989. E per prima cosa ho dovuto cercarmi dei lavori part-time. L’iscrizione all’Università veniva dopo, come conseguenza pratica, quasi amministrativa. Se non fossi riuscito a mantenermi, e a quei tempi i miei rapporti con la famiglia non consentivano scorciatoie, tanto valeva tornare a casa. Oppure cercare un lavoro full time e basta, lasciando perdere ogni velleità universitaria.
Così, mescolando attività nobili come il buttafuori, il lavapiatti, il cameriere, il part-time del sabato in un negozio Vobis, e d’estate il “tuttofare” — cioè manutenzione spicciola, riparazioni economiche e piccola carpenteria — nei villaggi turistici della Romagna (principalmente Casalborsetti & limitrofi) , ho capito che forse potevo farcela. A patto di scegliere case in affitto non troppo costose, di non pretendere troppo, e di accettare il fatto che la mia Bologna non sarebbe stata quella delle leggende universitarie, ma quella dei turni, degli orari, degli autobus, dei coinquilini e dei conti fatti a mano.
C’erano anche aiuti dello Stato e del Comune, certo. Ma per me, vista la distanza relativamente breve da Jolanda di Savoia, non se ne parlava: orde di studenti meridionali risultavano più “meritevoli” di aiuto rispetto a me. Almeno secondo i criteri ufficiali. Il fatto che molti di loro avessero comunque una famiglia su cui contare, mentre io no, non rientrava nel modello. “I miei non mi danno una lira”, presso l’azienda comunale per il diritto allo studio di Bologna, (Acoser) non era un argomento. Non era una categoria burocratica. Non era una casella da spuntare.
Diciamo che quando cambiai residenza e fui a carico di mia nonna - pensionata - furono disposti ad accettare che potevo mangiare alla mensa universitaria con mille lire. E che avrei dovuto pagare meno tasse universitarie, e avere circa 50 mila lire al mese di contributo affitto. E vai. Mentre arrivavano dal sud italia persone che avevano due, case, di cui una al mare, affittata per pagare la loro permanenza, cui veniva dato lo studentato a tempo pieno , contributi economici a pioggia, come se fossero straccioni. Sono rimasto a Bologna sino al 2000, quando ho comprato casa sugli Appennini tosco-emiliani. Poi, verso il 2005, me ne sono andato a lavorare per il mondo: prima Dublino, poi Nantes, poi Düsseldorf, dove sono ancora adesso.
Chiaramente, il periodo dal 1989 al 2000 — i famosi “anni Novanta” — è quello che sento mitizzare di più. Ma soprattutto è il periodo che ho vissuto. Non quello che mi hanno raccontato, non quello che ho letto nelle retrospettive, non quello che mi è stato venduto trent’anni dopo da qualche nostalgico professionale. Io c’ero.
E devo dire una cosa: il mito non è falso. È inventato.
hanno preso elementi esistenti, e ne hanno fatto la norma, mescolandoli senza alcuna logica.
Perché la tanto decantata società bolognese, intesa come monolite culturalmente unico, come una specie di organismo collettivo compatto, ironico, progressista, accogliente, intelligente e creativo, non è mai esistita. Bologna non era composta da vari strati sociali: era divisa in vari strati sociali. E questi strati erano, nella pratica quotidiana, quasi completamente impermeabili tra loro.
Se eri uno studente fuori sede, non avevi di fronte soltanto un’economia costruita per te. Avevi davanti un’intera società parallela, chiusa in un ghetto. Un ghetto comodo, certo. Un ghetto senza cancelli, senza guardie, senza filo spinato. Ma pur sempre un ghetto.
Avresti frequentato quasi soltanto studenti fuori sede. Saresti andato quasi soltanto in posti da studenti fuori sede. Avresti fatto cose da studenti fuori sede, parlato con studenti fuori sede, litigato con studenti fuori sede, scopato con studenti fuori sede, diviso case con studenti fuori sede, bevuto dove bevevano gli studenti fuori sede, mangiato dove mangiavano gli studenti fuori sede. Avresti vissuto in case da studenti fuori sede. Insomma, avresti vissuto dentro quel recinto dai muri invisibili che era la Bologna degli studenti fuori sede.
E da dentro quel recinto era facilissimo credere di conoscere Bologna.
In realtà conoscevi una colonia. Una sovrapposizione temporanea. Una specie di città anfibia, abitata da gente arrivata da fuori, mantenuta da fuori o sopravvissuta lavorando ai margini, che occupava alcune zone, alcuni bar, alcune case, alcune aule, alcune pizzerie, alcuni cinema, alcune piazze, e poi chiamava tutto questo “Bologna”.
Ma Bologna, quella vera, continuava a esistere altrove. Solo che tu non la vedevi. O, quando la vedevi, era perché ti serviva qualcosa: una stanza, un contratto, un lavoretto, un padrone di casa, un autobus, un ufficio, un supermercato, un medico, un documento. Allora sì, emergeva la città reale. Ma emergeva come emerge uno scoglio quando la marea si abbassa: non come parte del paesaggio mitologico, ma come ostacolo.
Diciamo che quella era la parte bassa della vita universitaria. La parte materiale, quotidiana, poco narrabile: affitti, lavori part-time, coinquilini, mense, autobus, esami preparati quando si poteva, padroni di casa, turni, bollette, piatti da lavare e il continuo calcolo mentale di quanti soldi mancassero alla fine del mese.
Se invece torniamo agli autori fumettari e musicari che la esaltavano, ai DAMS-isti che la dipingevano come una nuova Berlino, la discussione perde fascino quasi subito. Perché quella non era “Bologna”. Era una sua frazione minuscola, molto rumorosa, molto capace di raccontarsi, e soprattutto molto ben collegata.
La Bologna descritta dagli autori DAMS-ari era la parte culturale e politica che gravitava attorno alle case editrici, alle riviste, alle agenzie culturali, ai circoli, agli assessorati, ai festival, alle cooperative, ai posti dove si decideva chi fosse “interessante” e chi no. Cioè attorno all’università, ma non all’università come luogo di studio. All’università come rete sociale, come macchina di legittimazione, come vivaio di carriere simboliche.
Ed era fatta, in larga parte, da massoneria e politica. Non necessariamente la massoneria coi grembiulini e le squadrette, anche se non si sa mai: parlo della massoneria reale, quella italiana, cioè il sistema delle appartenenze opache, delle telefonate, delle presentazioni, dei “lo conosci?”, dei “vieni anche tu stasera?”, dei posti che non esistono finché qualcuno non ti apre la porta.
e la Bologna politica?
E poi c’era la politica. Tipicamente il PCI, o ciò che ne rimaneva e si stava trasformando, e la sinistra “extraparlamentare”, che a Bologna aveva questa meravigliosa capacità di sembrare marginale mentre abitava comodamente dentro i circuiti giusti. Rivoluzionari, sì, ma con l’accesso agli assessorati. Antagonisti, certo, ma con un piede nelle cooperative, nelle case editrici, nei giornali, nei centri culturali, nei festival, nelle fondazioni, nei finanziamenti pubblici.
Quella gente non raccontava Bologna. Raccontava il proprio acquario, e siccome l’acquario aveva luci molto belle, dopo un po’ tutti hanno cominciato a chiamarlo mare.
Poi c’erano i bolognesi.
Anche loro divisi in tre classi, una più orribile dell’altra. La prima era quella dei cattolici, o meglio di quelli che si dicevano tali. La loro epitome era il Resto del Carlino, all’epoca uno scadente sostituto della carta igienica, che pagava gente per pubblicare lettere di protesta contro gli studenti fuori sede, colpevoli — a detta loro — di venire da fuori a fare le orge e praticare il satanismo. Sic. Proprio così. Non è una caricatura retroattiva: era il tono.
Bigotti, chiusi, ignoranti. Bologna sarà anche stata cosmopolita e aperta quanto volete, per via dell’università e degli studenti fuori sede, ma queste persone conoscevano solo il tragitto fra il portone di casa e qualche salumiere avido. La loro idea di città finiva lì: casa, negozio, parrocchia, condominio, mugugno, lettera al giornale.
Spesso non erano mai stati nemmeno in alcuni quartieri della città stessa. Vivevano a Bologna come certi vecchi nobili vivono dentro un palazzo: possedendo idealmente tutto e conoscendo davvero solo il corridoio. Per loro lo studente fuori sede non era una persona: era un’invasione barbarica con l’abbonamento dell’autobus. Uno veniva da Bari, da Foggia, da Catania, da Pescara, da Rovigo, da Ferrara, e immediatamente diventava parte di una congiura morale contro la decenza felsinea.
Ussignur!!! Oh, ban ban.
ma allora i fumetti? E gli skiantos?
Di certo non ve li raccontavano i vari Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Marcello Jori, Jerry Kramsky, Lorenzo Mattotti, Vincenzo Sparagna, Freak Antoni, Skiantos, Oderso Rubini, Gaznevada, Confusional Quartet, Enrico Brizzi, Silvia Ballestra, Pier Vittorio Tondelli, Luther Blissett, Wu Ming, Franco “Bifo” Berardi, Radio Alice, A/traverso. Quelli avevano un pubblico chiaro: lo studente fuori sede. Parlavano a lui, scrivevano per lui, disegnavano per lui, cantavano per lui, costruivano una mitologia che lui potesse abitare senza sentirsi semplicemente uno che divideva una stanza, mangiava male e cercava di passare gli esami.
Il cattolico bolognese, nel frattempo, applaudiva Biffi quando aveva praticamente scomunicato le discoteche in quanto luoghi del demonio. Altro che città libertaria, aperta, cosmopolita e felicemente trasgressiva. Una parte consistente della città reale stava ancora lì, col Carlino sotto il braccio, l’indignazione pronta all’uso e l’idea che lo studente fuori sede fosse venuto a Bologna per fare orge, satanismo e rumore dopo le dieci di sera.
Anche perché, diciamolo: che ne sapevano loro?
In tutta quella lista, solo Filippo Scòzzari, Giorgio Carpinteri, Roberto “Freak” Antoni, Enrico Brizzi, Oderso Rubini e Franco “Bifo” Berardi erano di Bologna. Il resto veniva da fuori. E non è una colpa, ovviamente. Ma è un fatto. E i fatti, ogni tanto, hanno questa spiacevole abitudine di rovinare le cartoline.
Come avrebbe dovuto raccontarvi Bologna una persona che veniva dalle Marche, come la Ballestra? Poteva raccontarvi la sua Bologna, certo. La Bologna che aveva trovato arrivando da fuori. La Bologna dello studente, del giro, dell’ambiente, dell’editore, della festa, del locale, dell’appartamento condiviso, della redazione, del reading, della birra, della compagnia intelligente che si specchia nella propria intelligenza. Ma quella non era Bologna. Era una Bologna. Una frazione. Un acquario. Un set narrativo.
La cosiddetta working class si divideva a sua volta in due parti. C’era quella “alta”, fatta da ex studenti fuori sede che si erano inseriti lavorativamente: erano rimasti, avevano trovato un posto nell’università, nell’editoria, nelle cooperative, nei servizi, nelle aziende, e dopo qualche anno si erano convinti di essere diventati bolognesi per osmosi. Poi c’era l’altra, quella fatta dai bolognesi nativi, quelli che lavoravano normalmente per le industrie del periodo.
E lì la poesia finiva abbastanza in fretta.
E la Gente?
La Bologna reale non era solo DAMS, fumetti, radio libere, collettivi, romanzi generazionali e studenti brillanti col maglione sgualcito. Era anche Hatù-Ico, Ducati, Malaguti, Moto Morini, Minarelli, Weber. Preservativi, motociclette, motorini, carburatori. Gomma, metallo e benzina. Profilattici, tettarelle, succhiotti, componentistica, motori, officine, capannoni, turni, operai, fornitori, subfornitori, presse, rettifiche, mani nere e pausa pranzo.
Roba molto meno narrabile di una tavola di Pazienza, ma molto più presente nella vita industriale reale. Roba che non stava bene dentro la leggenda della città creativa, libertaria, colta, ironica, trasgressiva e piena di genio. Era troppo concreta. Troppo operaia. Troppo fatta di cartellini da timbrare, reparti, odore d’officina e gente che a fine giornata non andava a un reading: andava a casa.
Quella Bologna, nei racconti dei mitografi, compariva poco. Non perché non esistesse, ma perché non faceva atmosfera. Non produceva aura. Non forniva citazioni. Non era abbastanza DAMS. Non era abbastanza Berlino. Non era abbastanza vivaio culturale. Era soltanto la città che lavorava mentre qualcun altro si raccontava.
Poi la Spagna gli ha fregato i preservativi. E sono rimaste le motociclette.
Che poi, a pensarci bene, è quasi una sintesi perfetta: mentre gli altri raccontavano la Bologna mitologica, quella reale produceva profilattici e motori. Cioè, in sostanza, cercava di impedire la riproduzione e contemporaneamente fabbricava mezzi per scappare via.
Allora, andiamo al sodo.
succedevano cose pazzesche?
A iosa.
Nel mondo degli studenti fuori sede succedeva di tutto. Succedevano le cose scabrose e sessuali raccontate da Paz? Succedeva molto di peggio. Ma anche qui: non perché Bologna fosse magicamente libertaria, non perché sotto i portici soffiasse lo spirito di Weimar, non perché il DAMS avesse aperto le porte della percezione. Succedeva perché avevi in città decine di migliaia di ragazzi e ragazze giovani, lontani da casa, lontani dai genitori, lontani dal paese, lontani dal controllo sociale, lontani dalla reputazione.
E questa è una cosa che chi racconta il mito della Bologna aperta, progressista, erotica e creativa tende a non dire mai fino in fondo: una parte enorme della libertà bolognese non era libertà bolognese. Era anonimato.
Quando hai in città ventimila ragazze del sud, venute anche per poter fare quello che a casa non potevano fare senza essere chiamate puttane, e poi tornare giù facendo le santerelline, chiaramente il sesso diventa uno degli elementi principali della vita sociale. Non l’unico, ma uno dei principali. Perché l’università, in quel caso, non era soltanto un luogo di studio. Era una zona franca. Una parentesi. Un buco nella sorveglianza familiare, paesana, parrocchiale, condominiale, tribale.
E siccome c’erano anche molti studenti del sud Italia, succedeva un fenomeno strano: siccome a Foggia si conoscono tutti, le foggiane evitavano come la peste i foggiani. Non perché li odiassero, ma perché un foggiano poteva riportare la notizia a Foggia. E se qualcuno ti aveva vista entrare nuda in un armadio insieme a due maschi, la cosa poteva avere conseguenze reputazionali spiacevoli una volta tornata a casa. Bologna era lontana, ma non abbastanza lontana se nella stanza c’era qualcuno del tuo stesso paese, o del paese accanto, o del capoluogo che conosceva tuo cugino.
E quindi, se non eri di un posto del Meridione, se il tuo accento non consentiva a nessuno di scambiarti per uno di Bari, di Foggia, di Lecce o di Catania, dovevi abituarti al fatto che sì, le feste degeneravano. E degeneravano in modi che la Lega Nord avrebbe definito “interracial”.
e i rapporti con la gioventu’ locale?
Le ragazze/i bolognesi non partecipavano molto a queste attività ludiche. Non perché fossero più caste, più serie o più virtuose. Semplicemente perché nella Bologna del periodo stare con uno studente fuori sede era un tabù sociale. Il fuori sede era utile come presenza economica, come cliente, come inquilino, come consumatore, come pezzo d’arredo della città universitaria. Ma come partner serio, come fidanzato da portare nel mondo bolognese vero, era un’altra faccenda.
Era un po’ come oggi, per una certa donna americana, stare con un indiano: non solo e’ negro, ma ha il cazzo piccolo. E il bolognese medio, quando si trattava di gerarchie sociali, non era affatto più moderno dell’americano medio. Semplicemente usava meno inglese.
Comunque sì: nel mondo degli studenti fuori sede succedevano cose pazzesche. Si facevano cose pazzesche, si ascoltava musica pazzesca, si faceva musica pazzesca, si mangiavano cose pazzesche. Perché poi c’era anche questo: l’Italia reale entrava nelle case degli studenti attraverso i pacchi di cibo spediti dalle famiglie.
E se tu eri di Ferrara, la gente del sud tendeva a pensare che fossi cresciuto mangiando plastica, nebbia e cappellacci radioattivi. Quindi, tra un pompino e un altro, parte delle spedizioni di derrate alimentari pugliesi ti spettava di diritto umanitario. Arrivavano orecchiette, conserve, olio, taralli, formaggi, salumi, cime di rapa, roba sottovuoto, roba avvolta nella carta, roba che aveva viaggiato in treno più comodamente di molti studenti.
E così ho imparato a fare la pasta con le cime di rapa. Ovviamente.
Per osmosi, credo.
era una citta’ di sinistra?
Dipende da cosa intendete per sinistra.
Se intendete l’immaginario DAMS-ista, allora sì: era tipico di tutto quel mondo che gravitava attorno all’economia culturale dell’università. Una galassia di case editrici che pubblicavano i libri dei professori universitari, che poi naturalmente ti obbligavano a comprarli per sostenere l’esame. E già lì si capiva molto del rapporto tra cultura e mercato, ma nessuno lo diceva perché faceva brutto.
Poi quelle stesse case editrici pubblicavano gli scritti dei professori, degli amici dei professori, dei figli dei professori, delle amanti dei professori, e ogni tanto di qualcuno che era davvero bravo, purché fosse stato presentato dalla persona giusta nel corridoio giusto, durante il buffet giusto. Attorno a tutto questo si organizzavano manifestazioni culturali in cui il pene era un simbolo fallico, la sedia era una decostruzione della sedentarietà borghese, e la vitalità media era quella di un esame di terza media tenuto alle quattro del pomeriggio da una supplente depressa.
Gli studenti fuori sede, in questo contesto, erano solo forza lavoro sottopagata. Beninteso, per via delle cooperative “sociali”, perché a Bologna anche lo sfruttamento doveva avere un lessico progressista. Non eri precario: eri coinvolto in un progetto. Non eri pagato poco: facevi esperienza. Non ti stavano usando: partecipavi a un percorso. La parola “sociale” serviva esattamente a questo: a rendere morale ciò che, detto senza incenso, sarebbe sembrato semplicemente lavoro pagato male.
ok, ma la working class?
La città dei bolognesi working class, invece, era chiaramente un luogo PCI e poi PdS. Era fatta di persone che si dicevano di sinistra, ma non avevano capito bene la storia della Bolognina. O forse l’avevano capita benissimo, e proprio per questo facevano finta di niente. Erano persone di un’omologazione, di un’ignoranza e di una piccineria tali che, quando chiudevano gli occhi, sentivano ancora gli Inti Illimani in lontananza, come un acufene politico.
Quella sinistra lì non era più una cultura politica. Era un’abitudine domestica. Una tappezzeria. Una tovaglia cerata sopra il tavolo della cucina. Si votava in un certo modo perché si era sempre votato in quel modo, si parlava in un certo modo perché tutti parlavano in quel modo, si odiavano certe cose perché era previsto odiarle, e se domandavi perché, partiva una specie di nebbia morale fatta di Resistenza, operai, cooperative, sindacato, “noi qui siamo diversi”, e altre formule da bar Arci.
E durante un’orgia con alcune coppie scambiste locali, una delle mogli disse che trovava sexy Massimo D’Alema. Non me ne andai solo perché aveva un bel culo.
Ecco, questa era la contraddizione perfetta. Da un lato la presunta trasgressione sessuale. Dall’altro l’immaginario erotico che si fermava a D’Alema. Non Jim Morrison, non Bowie, non Prince, non qualche oscuro bassista post-punk morto giovane e pieno di carisma. No. Massimo D’Alema. La prova vivente che anche l’eros, a Bologna, poteva finire commissariato dalla federazione.
C’era questa coscienza di classe, questa atmosfera politicamente comoda per il mito? No.
Quella Bologna non era di sinistra. Era, al massimo, il sarcofago della sinistra emiliana. Una mummia ben conservata, venerata in pubblico e divorata in privato da tutti, come se fossero tarme. C’era la liturgia, c’erano i simboli, c’erano le parole, c’erano le sedi, c’erano i manifesti, c’erano i riflessi condizionati. Ma la sostanza politica era già morta da tempo.
Rimaneva il guscio. E dentro il guscio ci vivevano benissimo tutti: editori, professori, cooperative, assessori, studenti sfruttati, intellettuali da rinfresco, working class nostalgica, ceti medi riflessivi, cattolici riciclati, ex extraparlamentari diventati consulenti, e tutta quella fauna che aveva capito una cosa semplicissima: se a Bologna pronunciavi la parola “cultura” con la faccia abbastanza seria, prima o poi qualcuno ti dava una stanza, un patrocinio, una rassegna o almeno un rimborso spese.
De gustibus.
era la citta’ delle idee, del Roxy Bar, della ribellione?
Non so chi abbia dato questo nome a quel periodo storico di Bologna. Probabilmente si tratta di un’etichetta appiccicata dopo, mettendo insieme eventi degli anni Settanta e Ottanta, cose che vivevano dentro alcune radio che non cagava nessuno, dentro ambienti vicini ai centri sociali, e dentro quella zona grigia dove l’alternativo bolognese diventava miracolosamente compatibile col sistema.
Perché questa era una delle grandi specialità locali: anche l’antagonismo, a Bologna, riusciva a essere istituzionale. I centri sociali non erano davvero fuori. Erano una “istanza sociale”. Una categoria. Un interlocutore. Una componente del paesaggio amministrativo. Stavano contro il sistema, certo, ma con una specie di permesso di soggiorno simbolico dentro il sistema stesso. Una roba meravigliosa: la rivolta col timbro.
E il mito, probabilmente, nasce da lì. Da qualche frammento reale degli anni Settanta, da qualche radio libera, da qualche concerto, da qualche fumetto, da qualche rivista, da qualche corteo, da qualche professore, da qualche centro sociale, da qualche assessore abbastanza furbo da capire che il dissenso, se lo lasciavi fermentare nel posto giusto, diventava arredamento urbano. Poi qualcuno ha preso questi frammenti, li ha montati insieme, ci ha messo sopra una colonna sonora, due tavole di Pazienza, una citazione di Bifo, una pernacchia degli Skiantos, un ciclostile, una foto in bianco e nero, e ha chiamato tutto questo “la Bologna di quegli anni”.
Solo che poi ci entravi davvero, dentro quei luoghi mitologici, e spesso scoprivi che il mito aveva bisogno di molta nebbia per funzionare.
Il Roxy Bar, quando ci entrai, fu una specie di delusione epocale.
Avete presente quando arrivate a Parigi aspettandovi una città romantica, piena di arte e musei, con parigini vestiti bene ed eleganti, donne elegantissime e civettuole, tavolini pieni di filosofi, poeti maledetti che fumano guardando la Senna, camerieri che sembrano usciti da un film della Nouvelle Vague, e poi ci andate davvero e vedete la realtà?
Ecco. Così.
Il Roxy Bar era, all’epoca, un bar da vecchi, con prezzi assurdi e un listino prezzi che sembrava scritto da Lando Buzzanca. Altro che tempio della Bologna creativa. Altro che luogo mitologico. Altro che crocevia di generazioni artistiche, musicali e intellettuali. Entravi aspettandoti Berlino Ovest, il CBGB, il Café de Flore, il backstage della storia culturale italiana. E invece trovavi un posto dove ti aspettavi da un momento all’altro che qualcuno ordinasse un Cynar, battesse il cucchiaino sul bicchiere e dicesse qualcosa tipo “signorina, lei mi tenta”.
Era questo il problema di molti luoghi del mito bolognese: funzionavano benissimo raccontati. Dal vivo, molto meno. Dal vivo erano bar, sale, scantinati, circoli, redazioni, appartamenti, posti spesso brutti, cari, fumosi, pieni di gente che si prendeva tremendamente sul serio o che faceva finta di non prendersi sul serio con la stessa identica solennità.
La Bologna leggendaria, insomma, rendeva molto meglio come racconto che come esperienza. Come certi ristoranti famosi: da fuori sembrano tradizione, memoria, identità, continuità col passato; poi entri, guardi il menu, e capisci che qualcuno ha semplicemente imparato a vendere bene il mobilio vecchio.
bologna era una citta’ viva?
Ripeto: per alcune fasce sì.
Il PR con cui lavoravo, per dire, di mestiere apriva locali fichissimi. Li prendeva quando stavano nascendo, e li accendeva. Invitava il meglio della gioventù studentesca, specialmente donne, per avviarli. Perché un locale, prima ancora della musica, dell’arredamento e dei cocktail, ha bisogno di un’immagine. E l’immagine, in quegli anni, la facevano i corpi giusti dentro la stanza giusta, fotografati o raccontati abbastanza.
Poi il posto diventava “trasgressivo”. Ne parlavano i giornali locali. Il Carlino scriveva, o faceva scrivere ai suoi pensionati isterici, che lì dentro si facevano orge, messe sataniche, riti pagani, sacrifici umani e probabilmente anche letture di Nietzsche senza autorizzazione parrocchiale. A quel punto il locale entrava nel circuito mitologico.
E arrivavano i bolognesi.
La noia. E i wannabe bolognesi.
Alba Parietti che balla sui tavoli di un ristorante messicano bolognese a piedi nudi e’ l’epitome della piccineria di una scena “vivaiola” dominata da piccoli comici sedicenti playboy, e soubrette di seconda mano.
E i maschi?
Perché bisogna dirlo: il maschio bolognese non è un romagnolo ruspante. Decisamente no. Il romagnolo, almeno, ha una sua barbarie vitale, una fisicità, un’energia da trattore lanciato contro una balera. Il maschio bolognese, invece, era spesso una macchietta piccola, approfittatrice e piagnucolante, priva di iniziativa, essenzialmente un poveretto dagli appetiti primitivi ma nemmeno animaleschi. Animalesco sarebbe già qualcosa. Vorrebbe dire istinto, forza, presenza. Coraggio. Qui invece c’era un desiderio triste, amministrativo, codardo, da modulo compilato male.
La sua dieta spirituale era analoga a quella che potete trovare in un ospedale: tiepida, controllata, senza sale, senza rischio, senza sorpresa. Non era vivo. Era una specie di Luca Carboni, piagnucolante e monotono, ma senza nemmeno la cortesia di trasformare quella monotonia in canzoni vendibili.
La donna bolognese, poi, era così interessante che di fatto io e i miei amici frequentavamo quasi solo feste con ragazze calabresi, pugliesi, sarde, sicule, lucane e abruzzesi. E perché? Certo, c’era anche la meccanica dello sputtanamento di cui parlavo prima: la distanza da casa, l’anonimato, il fatto che una foggiana a Bologna evitasse il foggiano perché il foggiano poteva riportare il bollettino erotico al paese. Quello contava, inutile fare gli ipocriti.
Ma non era solo quello.
Certe volte mi faceva piacere praticare con le “amiche speciali” attività incredibili come “dire cose interessanti”, “avere idee proprie”, “sentire le idee proprie degli altri”, “ascoltare storie accadute altrove”, “sentire un minimo di critica delle idee dominanti”. Roba estrema, me ne rendo conto. Quasi satanica, probabilmente. Sicuramente da segnalare al Carlino.
la donna bolognese e’ noiosa e stereotipata.
Non dico che io ci facessi ogni sera discussioni filosofiche degne di un seminario su Hegel. Non è che tra un bicchiere, una canna, un disco e una camera da letto partisse necessariamente la fenomenologia dello spirito. Ma almeno c’era mondo. C’erano paesi, famiglie, dialetti, traumi, ambizioni, bugie, fughe, desideri, contraddizioni. C’era l’Italia che arrivava a Bologna portandosi dietro cibo, accenti, vergogne, arroganze, rabbie, superstizioni, intelligenze, fame di vita.
Con il bolognese medio, invece, spesso si restava lì: “ciao”, “ieri sera il telegiornale ha detto”, “ho letto sul Carlino che subito dopo Cento comincia l’Anticristo”. E dopo un pochino, capite, annoia.E poi via, con lo show di piccole voglie di una piccineria sconcertante.
Perché la mitologia della Bologna aperta e cosmopolita funzionava benissimo se guardavi gli studenti fuori sede. Lì dentro c’era davvero una città parallela, promiscua, rumorosa, viva, scorretta, sessuale, musicale, alimentare, linguistica, alcoolica. Ma se guardavi la Bologna bolognese, quella locale, quella proprietaria, quella convinta di essere il centro morale dell’universo perché aveva due torri e un abbonamento al giornale, spesso trovavi una provincia chiusa, pigra, diffidente, conformista, piena di piccole pretese e pochissima immaginazione.
Il mito, quindi, non era falso perché non succedeva nulla. Succedeva eccome.
Era falso perché attribuiva a Bologna ciò che Bologna, in larga parte, si limitava ad affittare. Ma non ha mai davvero posseduto.
Finita l’università, il lavoro.
E lì scoprirete una cosa: c’è il lavoro dei bolognesi, che si ottiene conoscendo gente di Bologna, e poi c’è il resto. Che fortunatamente, per tutti gli anni Novanta, mantenne uno spazio economicamente vantaggioso, almeno se capivate una cosa semplice: bisognava crescere verso la provincia. A Bologna città c’erano i giri, le conoscenze, le appartenenze. Fuori, invece, c’erano ancora aziende che avevano bisogno di qualcuno capace di risolvere problemi.
I primi anni dopo l’Università lavorai a Milano, cioè a Rozzano — un giorno vi dirò com’è DAVVERO Milano — e poi tornai a Bologna, dove, come usava all’epoca, mi “misi in proprio”. E lì scoprii la fogna massonica e patapolitica che è la città.
Ovviamente ero un informatico, e quindi aprii un helpdesk per attrezzature informatiche industriali: CAD/CAM, editing, PLC, CNC, e via così. Avevo un bel modello di business, nel senso che grazie a un assicuratore sostituivo i contratti di assistenza con polizze assicurative. Polizze che coprivano anche i dati e il lavoro perso, a patto che fossi io il perito a fare il lavoro. In pratica: invece di pagare una rendita a qualcuno che forse sarebbe arrivato, l’azienda pagava una copertura, e quando succedeva qualcosa arrivavo io, sistemavo, stimavo il danno e chiudevamo il problema.
E lì scoprii una cosa: il bolognese, e la sua economia, come dire, “non amano la concorrenza”.
Un nuovo concorrente ottiene diverse reazioni. Nell’ordine:
- ti mando l’ufficio igiene, se conosco qualcuno;
- ti mando la Guardia di Finanza, se conosco qualcuno;
- ti mando una diffida.
L’ultima non è uno scherzo.
Mi chiamò una persona che si occupava di contabilità e mi chiese se sapevo lavorare su un computer SCO. Le risposi che a me sembrava un vecchio IBM PS/2, e che SCO era il sistema operativo. Non mi pareva una cosa aliena. Vecchia, sì. Alienante, forse. Aliena, no.
Comunque, siccome usava Spiga III e c’era compatibilità ABI, le montai un PC clone che comprai io, visto che era la prima volta e non ero sicuro che avrebbe funzionato. Migrai il Tandberg che aveva sopra, ripristinai Spiga, installai il COBOL, e via. Ecco il tuo Spiga.
Quando le mandai la fattura, successe il casino. Nel senso che mi chiamò per chiedere se fosse uno scherzo.
Siccome io facevo margini alti, pensai di dover negoziare. Magari avevo esagerato. Magari dovevo limare qualcosa. Magari, essendo la prima volta, conveniva tenere buono il cliente.
Il punto non era quello.
Il punto era che, per fare lo stesso lavoro, le avevano chiesto di fatto quasi dieci volte la mia cifra. Per chiarirci, solo il PC “certificato SCO” glielo vendevano a sette milioni di lire. Un normale PC IBM, ma consacrato dal sacerdote giusto. Cambiare un nastro Tandberg SCSI da un bay da cinque pollici era, per loro, due settimane di lavoro. Il backup e il ripristino, oltre a fermarle la ditta per un mese, avevano costi ridicoli.
La tipa mi chiamò dicendo: “È uno scherzo?” per una fattura in cui avevo fatto circa il 50% di margine sull’hardware, più le ore di manodopera, le chiamate a domicilio, e senza fermare nulla. Avevo preso la cassetta di backup, l’avevo ripristinata, le avevo lasciato la macchina vecchia ancora funzionante, anche se lenta, e le avevo consegnato quella nuova pronta.
La tipa era convinta che io avessi dimenticato uno zero.
Insomma, le installo una Red Hat Linux e il suo amato Spiga, una scheda con otto seriali per gli altri computer, e via. Funzionava. Costava meno. Non richiedeva il pellegrinaggio dal fornitore storico. Non c’era bisogno di sacrificare una capra davanti al manuale SCO.
Mi arrivò una lettera di diffida.
Dal vecchio fornitore della commercialista.
Questo è il modo in cui Bologna vedeva la concorrenza. Non come un miglioramento del mercato, non come un servizio migliore, non come qualcuno che arriva e fa pagare meno un lavoro fatto meglio. No. La concorrenza era una violazione dell’ordine naturale delle cose. Un’invasione di territorio. Un abuso. Una bestemmia contro il santo patrono della rendita locale.
Ecco la Bologna reale, quella che raramente finiva nei racconti sul grande vivaio culturale: una città dove il mito parlava di libertà, ma l’economia funzionava spesso per appartenenze, protezioni, rendite, fornitori intoccabili e telefonate giuste.
sul piano commerciale Bologna si divideva tra “storici” gli ammanicati, e i “nuovi”. E la legge e’: il business degli “storici” non si tocca.
Ed è forse l’unico posto in Italia dove potevate vedervi arrivare una diffida per aver lavorato a un prezzo onesto. E sentire il vostro avvocato dirvi: “Attento, questo avvocato che ti manda la lettera è un massone, e qualche giudice potrebbe anche dargli ragione. Siamo a Bologna”.
Non “attento, la lettera ha fondamento”. Non “attento, forse hai violato qualcosa”. No. “Attento, siamo a Bologna”. Che, detta da un avvocato, non era una nota geografica. Era una diagnosi.
La costante incredibile era che, se si usciva abbastanza dalla città e si andava nelle aziende dei paesini circostanti, si faceva strage. Perché se uscivate cinque chilometri da Bologna e prendevate un’azienda sotto assistenza completa, scoprivate una cosa molto semplice: tutti ODIAVANO questo oligopolio di aziende informatiche “storiche”.
Le odiavano perché erano care. Le odiavano perché erano lente. Le odiavano perché trattavano il cliente come un suddito. Le odiavano perché ogni intervento sembrava una cerimonia iniziatica, ogni ricambio diventava reliquia certificata, ogni problema banale diventava progetto, ogni backup diventava poema epico, ogni migrazione diventava fermo macchina, ogni fattura sembrava scritta da un notaio sotto acido.
Questa era, più o meno, l’economia bolognese. Una cricca di aziende “storiche” che non tolleravano alcun nuovo ingresso e nessuna concorrenza. Non era mercato: era territorio. Non era competenza: era possesso. Non era reputazione: era recinzione. E diventavano isterici se gli facevate concorrenza, specialmente se la facevate nel modo più imperdonabile: lavorando bene e facendo pagare una cifra ragionevole.
L’odio dei clienti verso quel sistema era così forte che, detto come va detto, io aprii nel 1998 e nel 2001 comprai casa. Coi miei soldi. E senza praticare margini assurdi.
Bastava bussare alla porta e spiegare cosa potevi fare. Poi ci avrebbe pensato il passaparola. E si staccavano dal fornitore storico con un piacere che definirei “orgasmo”.
Vi sembra una città vibrante? Una città aperta? Una città dalla cultura innovativa?
È una città dove esisteva un universo di ISP, nati dalle vecchie BBS, da gente che Internet l’aveva portata davvero, spesso prima che i giornali capissero se si scrivesse “Internet” o “inter-net”. Piccole aziende, tecnici, smanettoni, pionieri locali. Gente che aveva costruito accessi, modem, linee, assistenza, comunità, servizi. Un settore fragile, certo, ma vivo.
E cosa fece il Comune?
Decise di distruggerlo dando al CINECA l’appalto per offrire ai cittadini bolognesi accesso gratuito a Internet. In un mondo in cui l’accesso aziendale costava dalle duecentomila alle quattrocentomila lire l’anno.
Ovviamente, tutte le aziende che potevano risparmiare tagliarono i contratti aziendali e usarono accessi personali gratuiti. Perché il mercato funziona così: se un’amministrazione pubblica mette in campo un servizio gratuito, finanziato o protetto dal sistema pubblico, e lo mette in concorrenza con piccole aziende private locali, quelle aziende non vengono “stimolate”. Vengono asfaltate.
Come distruggere un settore, e sembrare fighi.
Questa era Bologna: retorica dell’innovazione, pratica della rendita. Parole sulla cultura digitale, e intanto si schiacciavano quelli che il digitale lo stavano già facendo. Si chiamava modernità. In realtà era il solito sistema: se nasce qualcosa fuori dai giri giusti, prima lo si ignora, poi lo si copia, poi lo si istituzionalizza, poi lo si uccide.
No, Bologna non e’ MAI stata quello che vi sta raccontando la mitologia che vedo in giro da qualche anno a questa parte.
Ma adesso direte: sì, ma per gli studenti fuori sede è ancora così? L’università, almeno, produce ancora una sacca di gioventù trasgressiva e vitaiola?
No. E il problema non è solo che adesso, con Airbnb, sono aumentati i prezzi. Sì, è successo, ma le cose non andavano bene nemmeno prima. Il problema è che, a un certo punto, gli studenti hanno cominciato a stufarsi delle aule asfittiche nel centro storico — io stesso dovetti seguire per un periodo le lezioni in un cinema, per via del picco di iscrizioni — e l’università ha cominciato a stufarsi di sentire il Carlino parlare di satanismo, criminalità e degrado come effetto della presenza studentesca.
Così hanno iniziato a portare fuori città, o direttamente a far nascere fuori città, pezzi sempre più importanti dell’università. Poi hanno chiamato tutto “multicampus”, perché “abbiamo diluito la massa studentesca fuori dal centro” suonava meno bene.
Rispetto al 1989, fuori da Bologna sono finite, o sono cresciute fino a diventare pezzi autonomi di vita universitaria, cose come Medicina Veterinaria a Ozzano dell’Emilia, Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, la Scuola interpreti e mediazione linguistica a Forlì, Ingegneria aerospaziale a Forlì, Psicologia a Cesena, Architettura a Cesena, Ingegneria delle Scienze informatiche a Cesena, Beni culturali a Ravenna, Conservazione e restauro dei beni culturali a Ravenna, Scienze ambientali a Ravenna, Ingegneria edile a Ravenna, Giurisprudenza e Giurista per le imprese a Ravenna, pezzi delle professioni sanitarie come Infermieristica e Logopedia a Ravenna e Faenza, poi Economia del turismo a Rimini, Moda a Rimini, Farmacia e area cosmetica/farmaceutica a Rimini, Scienze motorie e area sport/benessere a Rimini. Veterinaria ha sede a Ozzano, a circa dodici chilometri dal centro di Bologna; Scienze internazionali e diplomatiche e Ingegneria aerospaziale risultano a Forlì; Psicologia e Ingegneria/Scienze informatiche a Cesena; Beni culturali a Ravenna; Moda a Rimini.
E non sto dicendo che questo sia stato necessariamente un male dal punto di vista amministrativo. Magari serviva. Magari le aule non bastavano. Magari i comuni romagnoli volevano la loro fetta di università. Magari era anche razionale.
Ma dal punto di vista della Bologna mitologica, è stata una lobotomia urbana.
Perché una città universitaria funziona anche per densità. Funziona perché migliaia di persone giovani, povere, arrapate, confuse, intelligenti, stupide, presuntuose, disperate e lontane da casa finiscono nello stesso spazio fisico. Se le distribuite tra Ozzano, Forlì, Cesena, Ravenna, Rimini e Faenza, se spezzate il brodo primordiale, se togliete massa critica, se trasformate l’università in una rete ordinata di poli didattici, forse migliorate l’organizzazione.
Ma uccidete il mostro.
E il mostro era esattamente ciò che aveva prodotto la leggenda. Non la cultura, non l’assessorato, non il festival, non il professore col libro obbligatorio. La leggenda nasceva dalla densità: troppa gente, troppo poco spazio, troppi desideri, troppi pochi soldi, troppe provenienze diverse, troppi appartamenti condivisi, troppi bar, troppi corsi, troppe feste, troppe coincidenze.
Quando quella densità viene smontata, non resta la Bologna trasgressiva. Resta una città universitaria amministrata meglio, forse. Ma molto più noiosa.
Bologna e’ stata la citta’ degli studenti fuori sede. Perche’ quando una cittadina da 350.000 abitanti (1989) ha quasi novantamila studenti, si sente.
Non lo nego.
Da studente fuori sede Bologna è stata anche quel posto dove un giorno ti svegliavi con una sensazione strana alle parti basse, andavi dal medico, e quello ti diceva di darti una calmata, perché stavi scopando troppo.
Giusto per farvi un’idea.
C’era lavoro per gli studenti, nei bar frequentati da studenti, nei locali per studenti, nei negozi che vivevano di studenti, nelle case da studenti. C’era lavoro per ripristinare appartamenti devastati da studenti, per imbiancare camere da studenti, per aggiustare mobili da studenti, per rimettere in piedi bagni da studenti. Io stesso, a un certo punto, mi inventai smaltatore di vasche da bagno a domicilio. Ma anche lì: erano quasi sempre case da studenti, bagni da studenti, vasche massacrate da studenti, dentro quella stessa economia parallela che sembrava contenere tutto.
C’era tutta la vita da studenti. Una vita con le sue regole, i suoi posti, i suoi riti, le sue tolleranze. Un tavolo di ragazzi poteva anche non ordinare una bottiglia a testa senza essere cacciato. Potevi stare lì, occupare spazio, parlare, fumare, aspettare qualcuno, fare casino moderato, consumare poco, consumare male, consumare tardi. Se per caso non ordinavi abbastanza, non arrivava subito il cameriere a spiegarti che il tavolo doveva “girare”. Perché gli studenti erano fastidiosi, certo, ma erano anche massa critica. Erano ambiente. Erano rumore di fondo. Erano parte del prodotto.
Esisteva quella bolla. Che conteneva solo la bolla, non la politica di sinistra, non la contestazione, non gli ideali. Solo il quotidiano degli studenti fuori sede.
La bolla degli studenti fuori sede. Promiscua, economica, alimentare, sessuale, musicale, abitativa, lavorativa. Una città dentro la città, che però non si è mai davvero mescolata al resto di Bologna, se non nell’area universitaria e nei suoi immediati dintorni. Fuori da quella zona, fuori da quel circuito, Bologna tornava a essere Bologna: proprietaria, chiusa, sospettosa, piccola, amministrativa, convinta di essere aperta perché tollerava una riserva indiana piena di ventenni.
E ora quella bolla è scomparsa, o comunque si è ridotta a una pallida imitazione, perché l’università se n’è andata. Non tutta, certo. Non formalmente. Ma abbastanza. Abbastanza da spezzare la densità, da diluire il casino, da rendere impossibile quella massa critica di corpi, soldi mancanti, affitti divisi, feste improvvisate, lavori precari, desideri, pacchi di cibo dal Sud, letti sfondati, corsi seguiti in aule indecenti e vite costruite in corridoi troppo stretti.
E per farvi capire meglio, chiudo dicendo che ogni volta che un’università annunciava lo spostamento, il Carlino esultava.
Esultava perché se ne andavano gli studenti. Esultava perché diminuiva il degrado. Esultava perché la città poteva finalmente liberarsi di un pezzo di quella gioventù che le aveva dato soldi, movimento, affitti, lavoro, consumo, reputazione e, per disgrazia, anche il mito.
Spero che il Carlino sia cambiato.
Ma dubito sia cambiata la città.
E non era quella che pensate voi, e non era il mito che dite voi.
Era la bolla degli studenti fuori sede a essere bella da vivere. Ma era una bolla.
Dentro ci stava di tutto: libertà, sesso, amicizie, fame, musica, lavori improbabili, case devastate, cene meravigliose fatte con tre lire, pacchi alimentari arrivati dal Sud, discussioni fino all’alba, esami preparati male, amori temporanei, feste finite peggio, coinquilini dimenticabili e persone che ancora oggi ricordate. Era bella, sì. Spesso molto bella.
Ma era una bolla.
E no, non era così scontatamente politica, virtuosa, consapevole, progressista e piena di magnifiche sorti culturali come racconta il mito che si vuole instillare. Era più semplice, più sporca, più vera: un’enorme concentrazione di ragazzi fuori casa, con pochi soldi, molta energia, molte scuse, molta solitudine e molta voglia di vivere.
La Bologna mitologica è stata costruita dopo, specialmente da certa “kultura”, da chi aveva bisogno di dare a quella bolla una dignità storica, politica, culturale, fumettistica, libraria (e farsi due lire con l’editoria). Ma chi c’era lo sa: non vivevamo dentro un laboratorio rivoluzionario. Vivevamo dentro una parentesi.
E, come tutte le parentesi, è finita.
lo rifarei?
Ovvio. Era quella dei fumeti del “Paz”?
No.